Adolescence. Non è un paese per giovani.

Adolescence. Non è un paese per giovani.

Genitori “sufficientemente buoni”.

La madre e il padre del protagonista appaiono così. Presenti, uniti, discreti interlocutori verbali e affettivi. Autentici quanto basta per provarci, sbagliare (a volte clamorosamente) e interrogarsi al proposito. Chiedere scusa. Un padre che cerca faticosamente di smarcarsi da un passato violento, una madre che cerca di accogliere le proprie e altrui emozioni, sorridendo senza negarle. Difficile dire che qualcosa non funzioni negli scambi che si intravedono alla fine con la figlia, posta la drammaticità della situazione.

Ma il figlio tredicenne è un assassino, deve per forza esserci qualcosa che non va. E così il padre avrebbe dovuto essere più protettivo, meno distratto, più assertivo, meno pressante sul calcio, più empatico, meno palestrato, più solido, meno “maschio”. Le tettoie poi, quelle non si dovrebbero proprio toccare.

Un padre che non sapeva molto della vita del proprio figlio, o comunque non meno di quanto l’ispettore sapesse di quella del suo. Ispettore che, con quel “di solito non rispondo, lascio fare a lei (la moglie)” con cui si è presentato nei primi minuti della prima puntata, ci fa capire con che facilità riuscisse a defilarsi dalla gestione dei mal di pancia del figlio e della quotidianità familiare.

Dovremmo smetterla di andare a caccia di mostri. E forse dovremmo smetterla di andare a caccia di colpevoli generatori di mostri, come se questi ci potessero insegnare cosa non fare perché qualcosa di tragico non accada.

Essere genitori oggi è peggio che andare a scuola quando sono in vigore le valutazioni numeriche. “Empatia: 4. Devi essere più empatico!”. Devi far saltare fuori dal cilindro qualcosa che non sei mai stato ed esserlo sempre! Sapete che i genitori di oggi studiano? Nel vero senso della parola. Studiano ogni singolo processo legato alla crescita, districandosi tra una proposta infinita di libri, articoli, corsi, video, metodi, che veicolano un’immagine precisa di come dovrebbe essere un genitore, salvo poi tentare paradossalmente di rassicurare sul fatto che ci si possa sentire genitori imperfetti.

Certo sono loro i principali responsabili della crescita dei propri figli e per questo è senz’altro un dovere quello di sentirsi chiamati a una messa in discussione personale costante e allo sforzo della comprensione. Capire, comprendere: termini ripetuti da tutti un’infinità di volte nelle quattro puntate.

Ma i genitori non dovrebbero essere considerati gli unici responsabili.

La sofferenza e la problematicità di un individuo si generano all’interno del suo contesto relazionale complessivo: fisico, familiare, ambientale, politico, sociale, economico e culturale. Il percorso evolutivo di ogni singola persona è un processo estremamente complesso che accade nella complessità del mondo. Sarebbe bene che ciascuno di noi si sentisse “educatore” e che tutti facessimo più attenzione al modo in cui contribuiamo all’andamento delle cose dentro le quali i ragazzi si muovono, ciò che costituisce la loro normalità.

Perché Adolescence parla di normalità. La normalità di un mondo sicuramente non fatto su misura per i giovani.

In tutto questo, pensare che l’invadenza e la pervasività della rete non abbiano un ruolo appare quantomeno ingenuo. Nella scena finale il computer nero in camera del tredicenne, che restava acceso fino all’una di notte senza controllo e apriva lo spazio chiuso della stanza di un preadolescente a un mondo più grande di lui, entra appena nell’inquadratura quasi a sottolinearne la scontatezza e la trascurabilità invece della centralità che gli si dovrebbe riconoscere. Il tentativo di gestire quantitativamente e qualitativamente la mole di contenuti che ci vengono riversati addosso e di modulare il tempo passato online è un lavoro molto faticoso, fortemente sottovalutato, che la maggior parte delle persone non è in grado o non è in condizioni di fare.

Le idee attecchiscono nelle menti degli adolescenti allo stesso modo in cui attecchiscono in quelle degli elettori adulti e voglio sperare che a nessuno venga in mente di dare ai tredicenni la colpa dell’aria che tira in questi tempi e che loro respirano a pieni polmoni.

In un momento in cui la politica dovrebbe lavorare almeno (!!!) per implementare una regolamentazione basica all’uso della rete che tenga conto di quattro coordinate di massima a tutela della salute mentale delle persone, succede invece, come spesso accade, che chini la testa di fronte alla portata economico-finanziaria e alle dinamiche di poteri di cui la rete è oggi strumento determinante e alleata preziosa.