Dirigenti, manager e professionisti: quando il carico decisionale diventa troppo

Ci sono persone per le quali decidere fa parte del lavoro. Decidere sulle priorità, assumere una direzione, valutare rischi, distribuire risorse, affrontare problemi, scegliere quando intervenire e quando lasciare spazio agli altri.

Questa condizione può riguardare, in forme diverse, uomini e donne dirigenti e professionisti/e che svolgono attività caratterizzate da elevati livelli di autonomia e responsabilità: medici, avvocati, commercialisti, imprenditori, dirigenti d’azienda, ingegneri, responsabili di organizzazioni e persone con ruoli di coordinamento. È parte dell’identità professionale, una competenza che si può imparare e che gli altri si aspettano di trovare.

Esiste però un punto nel quale la capacità di decidere può trasformarsi in una fonte di affaticamento.

Non necessariamente perché le decisioni siano diventate più difficili. Talvolta perché sono diventate troppe, troppo ravvicinate, troppo interdipendenti. Ogni scelta apre altre questioni, ogni questione richiede una risposta, ogni risposta produce conseguenze che devono essere nuovamente valutate. Ne parlo nella pagina Scelte, responsabilità e cambiamenti: quando decidere diventa un peso.

A quel punto può diventare difficile interrompere il processo.

Quando decidere diventa una condizione permanente

Una giornata di lavoro può essere attraversata da una successione quasi ininterrotta di decisioni: una riunione da preparare, una persona da ascoltare, una scelta da assumere, una difficoltà da risolvere, una priorità da modificare.

La tecnologia ha ulteriormente complicato questa esperienza. Il lavoro può raggiungerci ovunque e in qualunque momento; messaggi, posta elettronica e piattaforme digitali rendono possibile continuare a occuparsi delle questioni professionali anche quando la giornata lavorativa è formalmente terminata. La ricerca internazionale più recente sul lavoro digitale si sta occupando proprio di indagare il rapporto tra reperibilità, prolungamento dell’orario, difficoltà di disconnessione e benessere. 

La disponibilità continua produce una particolare forma di presenza mentale: anche quando non si sta lavorando, una parte dell’attenzione rimane orientata verso ciò che potrebbe accadere. C’è una telefonata a cui rispondere. Una questione che potrebbe riemergere domani. Una decisione ancora sospesa. Una persona che aspetta una risposta.

Il lavoro continua così ad abitare la mente oltre il tempo nel quale viene concretamente svolto.

La responsabilità non è soltanto una caratteristica della persona

Quando una persona arriva a sentirsi sopraffatta dal lavoro, è facile che la spiegazione venga cercata esclusivamente nelle sue caratteristiche individuali. Si può pensare di dover imparare a gestire il tempo più efficacemente, a delegare di più, a organizzarsi meglio, a controllare lo stress.

Sono aspetti che possono avere una loro importanza, ma una lettura esclusivamente individuale rischia di perdere di vista una parte essenziale della situazione.

Il lavoro avviene sempre dentro un contesto e la sofferenza individuale prende forma anche dentro le dinamiche di quel sistema organizzativo.

Ci sono organizzazioni, gerarchie, aspettative esplicite e implicite, sistemi di valutazione, modalità di comunicazione, rapporti di fiducia, conflitti, vincoli economici, responsabilità distribuite in modo diverso, possibilità concrete di delega e margini effettivi di autonomia.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro considera infatti tra i principali rischi psicosociali il carico e il ritmo di lavoro, la scarsa autonomia, l’ambiguità del ruolo, la qualità delle relazioni, la cultura organizzativa e il rapporto tra lavoro e vita privata. 

Una prospettiva interazionista

Guardare al lavoro da una prospettiva interazionista significa prestare attenzione a ciò che accade nelle situazioni concrete e ai significati che le persone attribuiscono a ciò che vivono.

Un/a dirigente non è soltanto una persona che occupa una determinata posizione nell’organigramma: è una persona che, ogni giorno, entra in relazione con collaboratori, superiori, clienti, colleghi, istituzioni, interlocutori esterni. Attraverso queste interazioni interpreta ciò che accade, costruisce aspettative, assume ruoli, ridefinisce priorità e prende decisioni.

Anche il significato della responsabilità si costruisce nelle relazioni.

Essere considerati “quello/a che decide” può diventare una posizione identitaria molto forte. Essere la persona alla quale tutti si rivolgono quando emerge un problema può produrre, nel tempo, una particolare forma di vigilanza: se qualcosa accade, bisogna essere pronti; se qualcuno ha bisogno, bisogna intervenire; se una decisione rimane sospesa, occorre farsene carico.

L’identità professionale e le aspettative degli altri finiscono così per sostenersi reciprocamente. La persona si riconosce nel proprio ruolo e, contemporaneamente, il ruolo viene continuamente confermato dalle richieste che provengono dall’ambiente.

È in questa trama di interazioni che può diventare difficile comprendere dove finisca il proprio compito e dove inizi quello degli altri.

Il problema del controllo

Il bisogno di mantenere sotto controllo la situazione può avere una funzione importante nel lavoro. Anticipare i problemi, verificare, prevedere, controllare la qualità e assumersi la responsabilità delle conseguenze sono spesso comportamenti necessari.

La questione cambia quando il controllo diventa l’unica modalità possibile per sentirsi al sicuro. Delegare può allora diventare difficile. Non perché manchino necessariamente persone competenti, ma perché affidare una parte del lavoro a qualcun altro significa accettare che qualcosa venga fatto secondo modalità diverse dalle proprie.

Anche l’errore assume un significato particolare. Se l’immagine professionale è costruita intorno alla competenza, all’affidabilità e alla capacità di risolvere problemi, sbagliare può essere vissuto come qualcosa che mette in discussione molto più della singola decisione. Può essere messa in discussione l’immagine che si ha di sé e quella che si teme gli altri abbiano di noi.

A quel punto la prudenza può trasformarsi in ipervigilanza, la cura per il lavoro in perfezionismo, la responsabilità in una difficoltà a lasciare andare.

Quando il lavoro invade altri territori della vita

Uno degli aspetti più delicati riguarda il rapporto tra il ruolo professionale e il resto dell’esistenza.

Il lavoro non occupa soltanto un certo numero di ore. Per molte persone occupa anche una parte considerevole dello spazio mentale. La sera, durante una cena, nel tempo trascorso con la famiglia, durante un fine settimana può continuare il pensiero di una questione rimasta aperta.

Questo rende più difficile distinguere il tempo dedicato al lavoro dal tempo dedicato ad altro. Il confine non è più soltanto temporale: diventa psicologico.

Le indicazioni internazionali sulla salute mentale al lavoro considerano proprio l’interfaccia tra lavoro e vita privata un elemento rilevante, insieme al carico di lavoro, all’autonomia, al supporto sociale e alla chiarezza del ruolo. 

Quando il lavoro diventa una presenza mentale continua, anche le relazioni personali possono risentirne. La disponibilità emotiva diminuisce, l’attenzione rimane altrove, il tempo condiviso può essere attraversato dalla preoccupazione per ciò che accadrà il giorno successivo. La questione, allora, riguarda la possibilità di abitare contemporaneamente più ruoli senza che uno di essi finisca per assorbire gli altri.

Un lavoro che chiede sempre di più alla persona

Una parte della riflessione contemporanea sul lavoro riguarda proprio questo passaggio: il rapporto tra ciò che l’organizzazione richiede e ciò che viene progressivamente chiesto alla persona.

Efficienza, flessibilità, adattabilità, disponibilità, capacità relazionali, creatività, aggiornamento continuo: il lavoratore e la lavoratrice contemporanei sono chiamati a portare nel lavoro una parte sempre più ampia delle proprie risorse personali. Questo riguarda in modo particolare chi occupa posizioni di autonomia e responsabilità.

La competenza professionale tende a sovrapporsi all’identità personale. Il buon professionista diventa quello che sa sempre trovare una soluzione, che mantiene la lucidità, che regge la pressione, che non si sottrae quando la situazione diventa complessa.

In questo scenario il limite può diventare difficile da riconoscere. Non perché la persona non lo conosca, ma perché il contesto professionale può avere progressivamente reso normale il suo superamento.

La riflessione contemporanea sulla salute organizzativa insiste sempre più sulla necessità di considerare le condizioni nelle quali il lavoro viene progettato e organizzato, anziché ricondurre il benessere esclusivamente alla capacità individuale di adattamento. 

Quando una difficoltà professionale diventa una questione personale

Il disagio può emergere inizialmente come una difficoltà legata al lavoro. Si fatica a prendere decisioni, si rimanda, si controlla continuamente, si diventa irritabili. Il sonno cambia, la mente continua a lavorare anche quando il computer è spento.

Con il tempo, però, la questione può estendersi ad altri ambiti. La persona può iniziare a interrogarsi sulle proprie capacità, sulla propria vita, sulle relazioni, sulle scelte compiute e su quelle ancora da compiere.

È importante, in questi casi, mantenere insieme due livelli di lettura: comprendere ciò che accade alla persona e comprendere il contesto nel quale quella esperienza prende forma. E comprendere il contesto non significa attribuire all’organizzazione tutta la responsabilità della sofferenza individuale. Significa costruire una lettura più ampia.

Lo spazio della psicoterapia

Un percorso psicologico può diventare uno spazio nel quale osservare queste dinamiche con maggiore distanza e chiarezza.

Non per stabilire se si è lavorato troppo o se si è scelto bene. Piuttosto per comprendere il modo nel quale si è costruito il rapporto con il lavoro, con il successo, con l’errore, con il controllo, con le aspettative proprie e altrui.

Per una persona abituata a decidere per gli altri può essere significativo avere uno spazio nel quale non sia necessario decidere immediatamente. Uno spazio nel quale poter interrogare anche ciò che normalmente viene dato per scontato: che cosa significa per me essere competente? Quanto della mia identità dipende dal mio ruolo? Che cosa accade quando delego? Quale significato attribuisco all’errore? Quanto spazio rimane, nella mia vita, per ciò che non produce un risultato?

Sono domande che appartengono alla psicologia, ma toccano anche una dimensione più ampia dell’esistenza.

Il lavoro è una parte importante della vita adulta. Può offrire senso, riconoscimento, appartenenza e possibilità di esprimere capacità. Può diventare anche il luogo nel quale si concentrano aspettative, paure e forme di identificazione molto profonde.

Comprendere il rapporto che abbiamo costruito con il nostro lavoro può quindi significare comprendere qualcosa di importante anche del modo nel quale abitiamo il resto della nostra vita.

Se il carico decisionale, la pressione professionale o la difficoltà a separare il lavoro dalla vita personale stanno diventando fonte di sofferenza, può essere utile fermarsi e comprendere ciò che sta accadendo.

Un percorso psicologico può offrire uno spazio per farlo.