La rete e la protezione dei minori

La rete non ha cambiato le regole di processo della comunicazione. Ha però dato origine a un universo generativo di stimoli e messaggi potenzialmente infinito e apparentemente fuori controllo che ne complica la possibilità di analisi e gestione. La comunicazione attraverso la rete rappresenta lo strumento più potente di costruzione della realtà percepita attraverso narrazioni sul mondo. E’ dentro a quella realtà che noi viviamo ed elaboriamo la nostra esperienza personale. Ciascuno con gli strumenti e le competenze di cui dispone: cognitive, emotive, informatiche, analitiche, relazionali, sociali, culturali. La ricerca ci dice che i più segnati dall’esperienza online risultano essere bambini, ragazzi e adulti che mostrano maggiore fragilità emotiva e psicologica nella vita offline.

Non possiamo trascurare queste premesse (estremamente parziali) quando pensiamo alle innegabili e irrinunciabili potenzialità comunicativo/relazionali e di accesso alla conoscenza che solo la rete può consentire. Significherebbe collocare queste analisi fuori dallo spazio e dal tempo.

Riflettori puntati sui genitori. Sono loro i primi responsabili dell’accudimento e dell’educazione dei figli. C’è poco da dire, gli stili educativi, relazionali e di attaccamento, hanno il loro peso specifico nella formazione di una persona (anche su questo però dimentichiamoci i rapporti lineari causa-effetto).

Oggi per fare il genitore servirebbe una laurea. Materie ed esami: preparto, parto, allattamento, svezzamento, alimentazione, sonno, gestione dei capricci, gestione del rapporto di coppia, sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale, giochi e attività per fasce d’età, preadolescenza e adolescenza, come essere genitori ecologici, come crescere un figlio a costo zero, e tanto altro ancora.

Riguardo all’educazione al digitale (che è sostanzialmente educazione all’uso del web), le aspettative sono ancora più elevate. Fino ai 10 anni, l’uso del digitale deve avvenire insieme ai genitori (per 30/60 minuti (!!!) a seconda delle fasce d’età). Sempre, e soprattutto dopo questa età, bisogna dare regole chiare e informazioni precise sul funzionamento e sui pericoli legati all’uso della rete. Dopo i 12 anni, si deve vigilare, agevolando esperienze e relazioni reali e non quelle virtuali, aprendo la comunicazione, evitando che l’abitudine diventi dipendenza. E così via… In termini di tempi ed energie necessarie, praticamente un secondo lavoro. In termini di obiettivi, “solo” il cambiamento del proprio e altrui essere. Visto che, per dirne una, favorire la comunicazione in una famiglia in cui non si comunica è tra i processi più complicati e laboriosi in assoluto.

Anche in questo il web rischia di mostrarci una realtà parziale o distorta. Perché i genitori di oggi non sono solo quelli impegnati che riempiono gli spazi formativi reali o virtuali. O quelli che hanno studiato e che coltivano uno sguardo critico.

Anche i membri di community bistrattate e dileggiate sono genitori, anche quelli che riempiono i social network di foto dei propri figli sono genitori, anche gli haters sono genitori. Quelli stanchi, quelli che iniziano il turno quando i figli tornano da scuola, quelli che abitano in contesti dove fuori non c’è nemmeno un campetto da calcio o quelli che “ai miei tempi non c’erano tutte queste attenzioni e si cresceva bene lo stesso” sono genitori. Anche quelli che hanno difficoltà loro stessi a destreggiarsi con le tecnologie e a non perdersi in un bombardamento incessante di stimoli sono genitori e, semplicemente, anche di loro potremmo dire che si ritrovano tra le mani uno strumento non adeguato.

E certo, quella di impegnarsi, informarsi e cercare sempre di migliorarsi è una responsabilità (di tutti, non solo genitoriale). Ma non tutti hanno strumenti e risorse per riuscire a farlo allo stesso modo e questo non può e non deve essere una colpa.

La verità è che i genitori non possono essere gli unici responsabili della protezione dei figli dal potenziale negativo della rete.

Questa dovrebbe essere una responsabilità condivisa con… con chi?

Con la scuola? Assolutamente si, gli insegnanti (tutti) dovrebbero essere perfettamente formati, tecnicamente e umanamente, sul tema. Con le istituzioni? La legge è un ottimo strumento con cui regolamentare l’uso di prodotti potenzialmente dannosi. Ma in questo caso a chi o a cosa andrebbe applicata un’eventuale legislazione? Internet è un metaterritorio che, dal punto di vista giuridico, nemmeno esiste. Con gli stakeholders? Sarebbero i primi tenuti a fare qualcosa e i primi a cui imporre una legislazione chiara senza contare troppo sull’autoregolamentazione.

Facebook potrebbe utilizzare in modo più “etico” i suoi algoritmi o smettere di premiare le interazioni? Netflix potrebbe introdurre delle fasce orarie? Youtube potrebbe effettuare una selezione qualitativa dei contenuti a monte o renderli non condivisibili? Il riconoscimento digitale o facciale potrebbe essere impiegato per regolamentare l’accesso a certi canali?

Domande ingenue di un’incompetente informatica che fatica a credere che tutta questa tecnologia possa essere utilizzata per soddisfare qualunque esigenza, tranne che per la protezione dei minori.